Poesia della Resilienza.

Merini, Ungaretti, Carver, Bukowski e tutti gli altri

merini Venosa
In questi giorni sto lavorando a un intervento sul valore salvifico della scrittura, dunque mi è tornato in mente questo contributo uscito per le rivista di estetica “Sineresi”.
La poesia è resiliente. Salva, la poesia. Si autogenera dalle difficoltà.
Resilienza non è resistenza: è far fiorire il dolore, forgiare materia meravigliosa dal caos delle avversità.  È generosa e -davvero- resiliente la poesia.
Penso ai versi meriniani scampati all’oblio, anzi fioriti copiosamente dalla “Terra Santa” del manicomio, lì dove anche le biro sono vietate, poiché oggetti contundenti e potenzialmente lesivi.
Penso alla poesia ungarettiana, che sopravvive su brandelli di carta e concede di sopravvivere alla trincea, alimentandosi dell’orrore della guerra e traendo forza, con la sua “parola nuda sulla pagina bianca” dallo sconforto che vive all’esterno del poeta e lo fagocita, ma senza annullarne lo spirito e la vena, anzi trasformando in bellezza la morte.
Penso a Raymond Carver, un autore meraviglioso, raffinato, che ha saputo rendere, nei suoi racconti e nelle sue poesie, il senso del quotidiano con le parole più sottili e belle.
La stessa storia di Carver è resiliente. È la storia di due vite generatesi l’una dall’altra. La prima, accompagnata dall’alcol, dalla precarietà anche economica, da un matrimonio doloroso fallito, e una seconda, segnata dalla malattia, dalla scrittura ardente e dall’amore per una poetessa, Tess, seconda compagna di vita.
Leggere Carver significa immergersi, specialmente nella scrittura degli ultimi anni, in una materia che prende vita dalla precarietà stessa, dalla bellezza espressa da ogni minuto di vita, benché dolorosa.
Esiste un racconto carveriano molto bello che si intitola “Una cosa piccola ma buona” in cui il dolore per tragedia più profonda che possa colpire due genitori -la perdita del figlioletto a causa di un incidente nel giorno del suo compleanno- viene lenita da un pasticciere che offrirà ai due un dolce. Una cosa piccola ma buona, appunto. Anche nella tragedia bisogna nutrirsi e alleggerire l’anima. Carver, nel pieno della malattia che l’aveva colpito, un male nero già in metastasi, non chiede di avere salva la vita, non chiede molto tempo. Ne chiede “ancora un po’ ” per scrivere e godere della sua scoperta della vita. Per il suo cinquantesimo anno uscirà la raccolta di racconti “Da dove ti sto chiamando”, e in quello stesso anno appunterà:
« Vorrei avere ancora un po’ di tempo. Non cinque anni, e nemmeno tre, non potrei sperare così tanto — ma se avessi anche solo un anno. Se sapessi di avere un anno.»
La scrittura lo salverà così come salverà Charles Bukowski, che del suo squallore farà la sua fortuna. Chi non ricorda i suoi racconti, le sue principesche poesie da bar, gli splendori delle sue donne di malaffare, la materia letteraria che nasce dalla miseria e viene elevata a bellezza, a letteratura, addirittura l’autore si interroga sul miracolo di essere stato salvato dalla scrittura.
La scrittura è quasi una maledizione in Bukowski, una predestinazione, qualcosa che, però se sai farne compagna, se sai addomesticare, ti sorreggerà per la vita. “E si farà da sè”. Celebre è il provocatorio interrogativo: Così vorresti fare lo scrittore?
[…]
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
Quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te.
[…]
Penso, infine, tra gli altri al giovanissimo Cioran che nella sua opera dal titolo emblematico “Al culmine della disperazione”, scrive:
«se tuttavia si continua a vivere, è solo grazie alla scrittura, che ci sgrava, oggettivandola, di questa tensione infinita. La creazione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte».
La scrittura è resiliente, strappa all’oblio, consente addirittura di poter vivere perché oggettiva in un fluire eterno, infinito e indeterminato. La creazione è salvezza temporanea dalla morte, non dissimilmente dalla vita dell’uomo che è parentesi tra l’oblio. Così la poesia è resiliente, come la vita, salva dalla morte, come la vita.
Cifra costituente della vita stessa.
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Pier Paolo Pasolini. La diversità che mi fece stupendo

Articolo uscito sulla rivista Sineresi

La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, ancora mi fa
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la dolente
speranza di rientrarvi, sono solo,
per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.

Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo, in Poesie inedite (1950-1951), in Le poesie, Milano, «I Meridiani» Mondadori (Milano, Garzanti, 1975).

 

Quest’anno Pier Paolo Pasolini avrebbe compiuto  97 anni. Una delle voci più innovative e poliedriche della cultura italiana, intellettuale capace di una lungimiranza lucida che si rivela tutt’oggi a chi si approccia alla sua opera.

Ciò che impressiona da sempre del genio Pasolini è la molteplicità: l’arte del linguaggio è nelle sue mani come un diamante sfaccettato che, sapientemente, egli è stato capace di far brillare: in prosa, come in poesia, al cinema, in teatro, negli scritti giornalistici, nei documentari. Ma esiste, oltre l’immensa figura politica e letteraria, un Pasolini sotterraneo: quello che, ad esempio, scriveva testi per le canzoni, come Il tango de’ li sette veli  in dialetto romanesco, o quello dei testi rari, come quelli contenuti del Meridiano Mondadori nella sezione L’hobby del sonetto: i meravigliosi componimenti d’amore scritti per Ninetto Davoli, il fanciullo di borgata, suo compagno per oltre otto anni, che un giorno lo lasciò per sposarsi con una donna, Patrizia.

È un Pasolini sconvolto e intimo, quello dei sonetti. Il regista colto e dissacratore mentre è all’estero e si sposta per girare “I racconti di Canterbury” scrive “sono ridotto a uno straccio d’uomo”, chiama “mio Signore” Ninetto, il ragazzo allegro e riccioluto conosciuto “in un vicolo”, al quale ha anche “insegnato a parlare”, che lo abbandona per “lei”, contro cui egli non può nulla, perché ha “la f*ca”.

In una lettera a Volponi, Pasolini racconterà: “Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno”.

Dell’intellettuale Pasolini colpisce la mole di lavoro che ha compiuto nel suoi pochi anni di vita. Presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma sono conservati moltissimi scritti autografi. Nell’allestimento “Spazi Novecento” della biblioteca, è possibile avere idea di una minima parte dell’immenso laboratorio pasoliniano fatto di scritti, foto, registrazioni e soprattutto tanto vagare per la vita “vera”, quotidiana, povera, terrestre.

Per scrivere i romanzi che gli diedero notorietà “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” Pasolini apprese ex novo il dialetto romanesco appuntando minuziosamente su una serie di taccuini le parole in vernacolo e il relativo significato in lingua italiana. I glossari appassionati redatti tra le casupole del Pigneto, con l’aiuto prezioso di Sergio Citti.

Pasolini resta una delle figure più coraggiose del Novecento: la morte da partigiano del giovanissimo fratello Guido, la fuga da un padre violento, l’esperienza pedagogica friulana prima e poi la fame nera condivise entrambe con l’adorata madre, l’omosessualità mai nascosta e pagata per una vita intera e oltre, quella “diversità che mi fece stupendo”, scrive Pasolini nelle sue poesie, e che torna come un tarlo in tutta la sua opera, con l’impossibilità di poter essere, con questo, davvero riconosciuto dalla società in cui pure viveva e lavorava con successo, e quindi, di contro, la possibilità, l’unica, di appartenere esclusivamente a un ambiente alternativo, quello dei relegati, dei diversi.

La “diversità” pasoliniana, nel profondo, la chiarì definitivamente Elsa Morante, solo alla morte dell’intellettuale friulano. Elsa, intima amica di Pasolini, scrisse:

Ma in verità in verità in verità
quello per cui tu stesso ti credevi un diverso
non era la tua vera diversità.
La tua vera diversità era la poesia.

[…]

Tu in realtà questo bramavi: di essere uguale agli altri,
e invece non lo eri. DIVERSO, ma perché?
Perché eri un poeta.
E questo loro non ti perdonano: d’essere un poeta.

(E. Morante, A P.P.P.  In nessun posto)

 

Diverso perché Poeta. Stupendo, perché poeta.

Quel 2 novembre 1975 è una domenica soleggiata, tra le fontane di Piazza Navona. Oriana Fallaci apprende da uno strillone che vende “L’Unità”, della morte di Pasolini. Una morte indegna, per un Poeta, una vicenda sulla quale non è mai stata fatta luce.

La madre Susanna, quella della meravigliosa “Supplica” apprenderà tardi della tragedia, a ora di pranzo. I giornali dell’epoca raccontano di urlo straziante, disumano,che risuonò per le strade dell’Eur.

Ironia della sorte, sarà Ninetto Davoli a fare il riconoscimento del corpo.

Mara Sabia a Casa Merini

Ne parla la stampa

Il primo novembre 2018 sono stata invitata alla Casa delle Arti – Spazio Alda Merini di Milano per ricordare la poetessa dei Navigli a nove anni dalla sua scomparsa avvenuta nel 2009 proprio il 1 novembre. Ho dialogato con Diana Battaggia,  direttore editoriale poesia della casa editrice La vita felice di Milano, intorno al mio saggio di critica tematica: “La rappresentazione manicomiale nella cultura letteraria del Novecento italiano” edito da Lietocolle e contenente due inediti meriniani, già vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini 2015 per la Saggistica.

Un grande onore per me, studiosa di letteratura del Novecento italiano e soprattutto della poetica meriniana: la Casa delle Arti-Spazio Alda Merini è attualmente il sito culturale più importante dedicato alla poetessa milanese, una vera e propria “casa della poesia”  che ospita anche parte dell’arredo originale di casa Merini, smantellata dopo la morte della poetessa, oltre al celebre “Muro degli angeli”, la parete della camera da letto su cui la poetessa appuntava numeri di telefono scritti col rossetto, note, versi, aforismi.

Al dibattito con il pubblico si è alternata la lettura di alcune delle poesie del capolavoro meriniano “La Terra Santa”. L’atmosfera che si è creata è stata davvero mistica, alta, un mistero che ha unito tutti i presenti sotto il segno della Poesia.

Un grande ringraziamento va anche a La Setta dei Poeti estinti di Emilio Fabio Torsello per aver contribuito notevolmente alla comunicazione sui social dell’iniziativa.

 

locandina casa merini

La rivista Diacritica sulla poetica di Mara Sabia

saggio di Alice Figini

leggi l’articolo

 

DI TERRA E D’AMORE: ANNOTAZIONI SULLA POESIA DI MARA SABIA

di Alice Figini

La poetessa lucana Mara Sabia racconta storie della propria terra, d’amore e di donne mitologiche che si confondono con il paesaggio, fino a immedesimarsi con esso e a renderlo partecipe del proprio dolore, dello struggimento, della condanna di una pena d’amore. Nella forza della sua scrittura si avverte una sorta di realizzazione, di compimento, come se solo attraverso la messa per iscritto la voce trovasse finalmente la quiete: la parole vengono distillate, scelte con cura; ciascuna sembra contenere una lacrima, un grido o, forse, un richiamo.

Laureata in Lettere Moderne e specializzata in Linguistica e Filologia dell’età moderna, Mara Sabia è docente, poetessa, attrice: incarna l’arte in tutte le sue molteplici declinazioni e si adopera per trasmettere il fascino della parola poetica attraverso eventi e incontri di lettura organizzati dal circolo culturale romano “La Setta dei poeti estinti”, nato nel 20131.

La scrittura ha sempre assolto un ruolo fondamentale e primario nella sua vita: «Se mi si chiede quando ho iniziato a scrivere, non so. Ho iniziato per imitazione alle scuole elementari e non ho mai smesso», racconta. Un talento precoce, che certo non ha tardato a essere scoperto: a soli diciott’anni la sua prima silloge, dal titolo Giorni DiVersi (Potenza, Masi & Sabia, 2001), le ha valso numerosi riconoscimenti in vari concorsi letterari. Per la sua poesia, forte e passionale, ha meritato l’inserimento in varie antologie tra cui Il filo di Eloisa. Antologia di ammirazione femminile (Faloppio – CO, Lietocolle libri, 2009) e Donne parole emozioni (Avigliano, Pisani, 2011).

Tra i suoi modelli letterari annovera Merini, Neruda, Cortazar, Borges, poeti portatori di quella che definisce una “parola sensuale”. Sicuramente, di tali influenze ha fortemente risentito la sua seconda raccolta, Diario di un amore, pubblicata da L’Autore libri Firenze2. In queste liriche, in particolare, si risente fortemente l’eco della poesia di Alda Merini, croce e delizia per Mara Sabia, che alla poetessa dei Navigli ha dedicato ben due tesi di laurea, vincendo nel 2015 il “Premio Alda Merini” nella sezione “Saggistica” con la sua tesi specialistica su La rappresentazione manicomiale nella cultura letteraria del Novecento italiano3: un lavoro lungo e faticoso, frutto di oltre due anni di studio e ricerche.

In Diario di un amore si percepisce il legame viscerale, irriducibile tra la poetessa e la sua terra natia, la Lucania: «Vengo io da un luogo arcano. Dove i re si mescono ai briganti, ove la passione è densa come il vino rubino»4Trecentosessantacinque, di tutte le liriche la più densa e denotativa. La poesia avvolge come una musica d’altri tempi, una litania gitana; in essa risuona un ritornello antico, il suono della superficie terrestre calpestata da «milioni di orme di femmine scalze»5.

Il filo conduttore delle liriche si può individuare nel tema dell’amore e nella pena infinita per la sua assenza o il suo abbandono. «Il mio Diario vuole essere un tributo all’Amore in tutte le sue sfaccettature»: con questa frase Mara Sabia introduce la raccolta.

Sabia ha cantato tante sfumature dell’amore, e persino i suoi lati più oscuri, quando diventa malattia, ossessione che costringe l’anima. In realtà, la passione amorosa non è mai felice, forse perché in essa risiede la contraddizione insita nel desiderio: desiderare l’assente, desiderare ciò che si sottrae, l’inafferrabile che sfugge costantemente dalle dita.

Si avverte il legame stretto tra la parola scritta e la voce, la cadenza melodiosa del parlato, forse retaggio della passione della poetessa per la recitazione e il teatro. Vi è una sensibilità particolare per l’armonia vocale nelle parole di queste liriche. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è l’estrema sensibilità affidata al verso che ha il potere di consolare chi legge, e di richiamare all’essenzialità della vita, alle radici delle emozioni, come un inno all’umano. Una delle strofe più belle e toccanti della raccolta è la seguente, in cui è contenuto un elogio agli occhi che piangono e amano:

Adoro gli occhi che piangono
Ed amano, perché davvero è di quelli
Il canto di vita autentico
E sono quelli soli a guardare in faccia l’essenziale6.

Da Diario di un amore è stato tratto anche un reading musicale, andato in scena al Teatro Stabile di Potenza in occasione di una raccolta fondi. L’abbinamento parola-voce permette a Mara Sabia di esaudire il suo principale insegnamento, più volte ripetuto durante i suoi corsi di dizione: «La parola pe-sa»7.

In seguito, la poetessa ha anticipato una rivoluzione nella sua scrittura: «Voglio procedere in direzione di un verso più stringato, che si concentri maggiormente su una sorta di “parola-significato”». Da questo tentativo ha avuto origine la nuova raccolta inedita Trentatré poesie, opera più matura, il cui tema focale è sempre l’amore nelle sue molteplici declinazioni di desiderio, mancanza, passione. In queste nuove poesie non ancora pubblicate, emerge con più forza l’immagine di luoghi lontani, di una patria distante e commemorata ogni giorno con nostalgia.

Si fa spazio, inoltre, il tema di un esilio involontario, specie in una poesia che sembra fare eco all’Ulisse di Saba, dal titolo emblematico Imago Locus: «Sono andata per tornare, per capire cos’era casa»8. La conclusione non offre risposte, ma al contrario rivela ancora l’impeto della ricerca incessante, perché «esistono viaggi che si fanno solo per distendere i rami in altri cieli».

Trentatré poesie è un’opera della maturità in cui trova compimento un nuovo progetto di scrittura, la ricerca di una “parola senso”, frutto di un lungo lavoro stilistico, come ha dichiarato l’autrice in un’intervista uscita il 1° ottobre 2015 sul «Quotidiano del Sud»: «Adesso sto cercando di asciugare molto quello che scrivo, sto cercando di arrivare a una sorta di “parola senso”»9. Alla parola, in particolare, viene affidato un valore che trascende quello di semplice mezzo di comunicazione per assumere un significato quasi di creatura: è la parola stessa, infatti, a essere, a rivelare, a farsi pensiero.

Anche in queste liriche rivivono le figure mitiche di donne che popolano le pianure sterminate della Lucania, dove ancora risuona l’eco della loro presenza selvaggia, come quella di Monnalisa Arundiana che, sciogliendo i capelli neri al vento, permette alla propria leggenda di rivivere:

E la tua lingua corre ancora
sui campi fluttuanti di Lucania.

Sciogli la tua chioma che canta,
Monnalisa,
il tuo spirito di Arunda
mosso dal vento10.

Nel contatto diretto con la terra, dei piedi nudi con le pietre, emerge il tentativo di ritrovare la propria essenza, in un’identità che si ricongiunge con il passato dell’infanzia. Prende corpo l’immagine di un mondo conosciuto, amato, familiare, al quale chi vi è nato si ricongiunge con naturalezza, senza mai apparire straniero. La terra è come una madre pronta ad accogliere di nuovo nel proprio ventre il figlio perduto.

I miei passi pesano sulla pietra morbida e calda.
Li conosco, mi riconoscono.
Mi hanno vista vagare a piedi nudi al tramonto11.

Queste liriche rispecchiano con vivida lucidità l’amarezza dei ritorni, lasciando il lettore sull’orlo della commozione; l’emozione viene appena trattenuta dalla chiusura dell’ultimo verso che conclude la poesia ciclicamente, come un abbraccio:

In una lacrima
L’orizzonte
M’accolse12.

Tra lontananza e vicinanza, in questa raccolta l’amore è trattato con meno dolore rispetto alla precedente, e con più abbandono. Si confonde con la dolcezza della notte, il silenzio, quando tramonta l’ultima luna e il rumore del mondo tace: e ancora nessuna alba sveglia. È un ritrovarsi di due anime nella notte attraverso baci, carezze e parole di conforto. Infine, si assiste all’evoluzione più matura del sentimento: l’amore diventa luogo, riparo accogliente. In Casa, poesia posta al centro della raccolta, che tuttavia già suona come un compimento, avviene la conquista e il dipanarsi di un senso:

Troppe volte mi sono chiesta dove fosse ‘casa’.
Oggi so che è ovunque il mio amore sia ricambiato.
Non nel profilo rosa di queste montagne, non sui mari che conobbi, tra le mura che abitai.
Così ho trovato casa nelle pieghe delle tue mani,
nella scheggia d’alba che ho visto fiorire nei tuoi occhi13.

Il legame con la terra si risolve, così, ciclicamente con l’amore, il tema che aveva dato origine alle prime liriche attraverso lo struggimento del desiderio. Si compie, infine, una sorta di approdo della scrittura a un orizzonte di senso, quasi si trattasse della conclusione di una ricerca, di un ricongiungimento con il proprio essere più profondo mediante il ritrovamento di un significato.

  1. Cfr. al riguardo la seguente URL: https://lasettadeipoetiestinti.org/lasettadeipoetiestinti/ (ultima consultazione: 20 agosto 2018). 
  2. Scandicci 2011. 
  3. Poi edito da Lietocolle nel 2017. 
  4. Trecentosessantacinque, lirica tratta da Diario di un amore, op. cit., p. 19. 
  5. Ibidem. 
  6. M. Sabia, 13/06, tratta dalla raccolta Diario di un amore, op. cit. 
  7. F. Altavista, A Mara Sabia il Premio Merini, in «Il Quotidiano del Sud» – Edizione Basilicata, 1° ottobre 2015; cfr. anche il portale web di Aviglianonline: http://www.aviglianonline.eu/news_dettaglio.asp?idto=2549&pag=1 (ultima consultazione: 20 agosto 2018). 
  8. M. Sabia, Imago Locus, tratta dalla raccolta inedita Trentatré poesie. 
  9. F. Altavista, A Mara Sabia il Premio Merini, art. cit. 
  10. M. Sabia, A Monnalisa Arundiana, tratta dalla raccolta inedita Trentatré Poesie
  11. M. Sabia, Ballata a piedi nudi. Una cartolina da Matera, tratta dalla raccolta inedita Trentatré Poesie
  12. M. Sabia, Ritorno, tratta dalla raccolta inedita Trentatré poesie. 
  13. M. Sabia, Casa, tratta dalla raccolta inedita Trentatré poesie. 

http://diacritica.it/letture-critiche/di-terra-e-damore-annotazioni-sulla-poesia-di-mara-sabia.html

Krios. Un mio racconto sulla rivista di letteratura breve “Reader for Blind”.

Krios

Non che l’avesse fatto volontariamente. Cercava semplicemente la carne da scongelare per cena.

«Queste mozzarelle saranno vecchie di anni», esclamò.

«Se guardi bene saranno di agosto, non oltre, roba di quando siamo andati alle terme», rispose lei sciacquando un bicchiere.

«Ma no, ti dico che son vecchie di anni. C’è scritto… 2014». 2014. Da gettare.

2014. Lei aveva un’altra vita, un’altra casa, un altro amore. E no, le mozzarelle congelate era la prima volta che le vedeva. Al sud le comprava appena fatte e amava mangiarle ancora tiepide, quando stillano latte da imbrattarsi.

2014. Lui continuava a prendere dal congelatore piccoli contenitori dai coperchi colorati: questo è spezzatino. Qui c’è del riso e piselli. Qui c’è della zuppa. E ancora mozzarelle…

«Scusami, amore, ma io non ti ho visto mai congelare nulla! Addirittura piatti pronti…»

«Infatti. Queste sono ancora qui nel congelatore dai tempi di Serena».

Serena. Bel corpo, occhi scuri e quella voce profonda. Finiva che non potevi portarla in giro: si innamoravano tutti di Serena.

2014: un’altra vita, un altro amore, la stessa casa.

Chi s’immaginava chi avrebbe mai dormito dalla parte di lei… il cuscino di sinistra era rimasto immacolato per tanto tempo. A brevi intervalli ci sarà stata un’amica bisognosa del calore di un uomo per una notte. Non altre.

Le mani sulle stesse manopole, i piedi sullo stesso divano, in bocca le stesse forchette di un amore fa. Che mai aveva incrociato questa nuova vita, eppure ora pareva uscisse congelato da quelle pietanze che, a guardarle, parevano ancora buone. Chissà che sapore ha un vecchio amore scongelato.

E chissà con quale spirito furono cucinati e congelati quel riso, quella carne. Chissà se lei e lui immaginarono mai che non avrebbero più consumato insieme ciò che, magari, insieme avevano cucinato.

I luoghi sono più bravi delle persone, si adattano a chi li abita, prendono subito una forma diversa. L’aria che vi circola è subito nuova.

La guardia dello spirito di un passato amore, invece, è affidata a quegli slip dimenticati nell’angolo di un cassetto, alle mozzarelle sul fondo dei congelatori, ai regali ammuffiti per San Valentino volontariamente nascosti nell’angolo buio e polveroso. E usciranno allo scoperto, ovviamente, nel momento meno opportuno.

 

leggi il racconto su Reader For Blind