Mara Sabia a Casa Merini

Il primo novembre 2018 sono stata invitata alla Casa delle Arti – Spazio Alda Merini di Milano per ricordare la poetessa dei Navigli a nove anni dalla sua scomparsa avvenuta nel 2009 proprio il 1 novembre. Ho dialogato con Diana Battaggia,  direttore editoriale poesia della casa editrice La vita felice di Milano, intorno al mio saggio di critica tematica: “La rappresentazione manicomiale nella cultura letteraria del Novecento italiano” edito da Lietocolle e contenente due inediti meriniani, già vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini 2015 per la Saggistica.

Un grande onore per me, studiosa di letteratura del Novecento italiano e soprattutto della poetica meriniana: la Casa delle Arti-Spazio Alda Merini è attualmente il sito culturale più importante dedicato alla poetessa milanese, una vera e propria “casa della poesia”  che ospita anche parte dell’arredo originale di casa Merini, smantellata dopo la morte della poetessa, oltre al celebre “Muro degli angeli”, la parete della camera da letto su cui la poetessa appuntava numeri di telefono scritti col rossetto, note, versi, aforismi.

Al dibattito con il pubblico si è alternata la lettura di alcune delle poesie del capolavoro meriniano “La Terra Santa”. L’atmosfera che si è creata è stata davvero mistica, alta, un mistero che ha unito tutti i presenti sotto il segno della Poesia.

Un grande ringraziamento va anche a La Setta dei Poeti estinti di Emilio Fabio Torsello per aver contribuito notevolmente alla comunicazione sui social dell’iniziativa.

 

locandina casa merini

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La rivista Diacritica sulla poetica di Mara Sabia

saggio di Alice Figini

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DI TERRA E D’AMORE: ANNOTAZIONI SULLA POESIA DI MARA SABIA

di Alice Figini

La poetessa lucana Mara Sabia racconta storie della propria terra, d’amore e di donne mitologiche che si confondono con il paesaggio, fino a immedesimarsi con esso e a renderlo partecipe del proprio dolore, dello struggimento, della condanna di una pena d’amore. Nella forza della sua scrittura si avverte una sorta di realizzazione, di compimento, come se solo attraverso la messa per iscritto la voce trovasse finalmente la quiete: la parole vengono distillate, scelte con cura; ciascuna sembra contenere una lacrima, un grido o, forse, un richiamo.

Laureata in Lettere Moderne e specializzata in Linguistica e Filologia dell’età moderna, Mara Sabia è docente, poetessa, attrice: incarna l’arte in tutte le sue molteplici declinazioni e si adopera per trasmettere il fascino della parola poetica attraverso eventi e incontri di lettura organizzati dal circolo culturale romano “La Setta dei poeti estinti”, nato nel 20131.

La scrittura ha sempre assolto un ruolo fondamentale e primario nella sua vita: «Se mi si chiede quando ho iniziato a scrivere, non so. Ho iniziato per imitazione alle scuole elementari e non ho mai smesso», racconta. Un talento precoce, che certo non ha tardato a essere scoperto: a soli diciott’anni la sua prima silloge, dal titolo Giorni DiVersi (Potenza, Masi & Sabia, 2001), le ha valso numerosi riconoscimenti in vari concorsi letterari. Per la sua poesia, forte e passionale, ha meritato l’inserimento in varie antologie tra cui Il filo di Eloisa. Antologia di ammirazione femminile (Faloppio – CO, Lietocolle libri, 2009) e Donne parole emozioni (Avigliano, Pisani, 2011).

Tra i suoi modelli letterari annovera Merini, Neruda, Cortazar, Borges, poeti portatori di quella che definisce una “parola sensuale”. Sicuramente, di tali influenze ha fortemente risentito la sua seconda raccolta, Diario di un amore, pubblicata da L’Autore libri Firenze2. In queste liriche, in particolare, si risente fortemente l’eco della poesia di Alda Merini, croce e delizia per Mara Sabia, che alla poetessa dei Navigli ha dedicato ben due tesi di laurea, vincendo nel 2015 il “Premio Alda Merini” nella sezione “Saggistica” con la sua tesi specialistica su La rappresentazione manicomiale nella cultura letteraria del Novecento italiano3: un lavoro lungo e faticoso, frutto di oltre due anni di studio e ricerche.

In Diario di un amore si percepisce il legame viscerale, irriducibile tra la poetessa e la sua terra natia, la Lucania: «Vengo io da un luogo arcano. Dove i re si mescono ai briganti, ove la passione è densa come il vino rubino»4Trecentosessantacinque, di tutte le liriche la più densa e denotativa. La poesia avvolge come una musica d’altri tempi, una litania gitana; in essa risuona un ritornello antico, il suono della superficie terrestre calpestata da «milioni di orme di femmine scalze»5.

Il filo conduttore delle liriche si può individuare nel tema dell’amore e nella pena infinita per la sua assenza o il suo abbandono. «Il mio Diario vuole essere un tributo all’Amore in tutte le sue sfaccettature»: con questa frase Mara Sabia introduce la raccolta.

Sabia ha cantato tante sfumature dell’amore, e persino i suoi lati più oscuri, quando diventa malattia, ossessione che costringe l’anima. In realtà, la passione amorosa non è mai felice, forse perché in essa risiede la contraddizione insita nel desiderio: desiderare l’assente, desiderare ciò che si sottrae, l’inafferrabile che sfugge costantemente dalle dita.

Si avverte il legame stretto tra la parola scritta e la voce, la cadenza melodiosa del parlato, forse retaggio della passione della poetessa per la recitazione e il teatro. Vi è una sensibilità particolare per l’armonia vocale nelle parole di queste liriche. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è l’estrema sensibilità affidata al verso che ha il potere di consolare chi legge, e di richiamare all’essenzialità della vita, alle radici delle emozioni, come un inno all’umano. Una delle strofe più belle e toccanti della raccolta è la seguente, in cui è contenuto un elogio agli occhi che piangono e amano:

Adoro gli occhi che piangono
Ed amano, perché davvero è di quelli
Il canto di vita autentico
E sono quelli soli a guardare in faccia l’essenziale6.

Da Diario di un amore è stato tratto anche un reading musicale, andato in scena al Teatro Stabile di Potenza in occasione di una raccolta fondi. L’abbinamento parola-voce permette a Mara Sabia di esaudire il suo principale insegnamento, più volte ripetuto durante i suoi corsi di dizione: «La parola pe-sa»7.

In seguito, la poetessa ha anticipato una rivoluzione nella sua scrittura: «Voglio procedere in direzione di un verso più stringato, che si concentri maggiormente su una sorta di “parola-significato”». Da questo tentativo ha avuto origine la nuova raccolta inedita Trentatré poesie, opera più matura, il cui tema focale è sempre l’amore nelle sue molteplici declinazioni di desiderio, mancanza, passione. In queste nuove poesie non ancora pubblicate, emerge con più forza l’immagine di luoghi lontani, di una patria distante e commemorata ogni giorno con nostalgia.

Si fa spazio, inoltre, il tema di un esilio involontario, specie in una poesia che sembra fare eco all’Ulisse di Saba, dal titolo emblematico Imago Locus: «Sono andata per tornare, per capire cos’era casa»8. La conclusione non offre risposte, ma al contrario rivela ancora l’impeto della ricerca incessante, perché «esistono viaggi che si fanno solo per distendere i rami in altri cieli».

Trentatré poesie è un’opera della maturità in cui trova compimento un nuovo progetto di scrittura, la ricerca di una “parola senso”, frutto di un lungo lavoro stilistico, come ha dichiarato l’autrice in un’intervista uscita il 1° ottobre 2015 sul «Quotidiano del Sud»: «Adesso sto cercando di asciugare molto quello che scrivo, sto cercando di arrivare a una sorta di “parola senso”»9. Alla parola, in particolare, viene affidato un valore che trascende quello di semplice mezzo di comunicazione per assumere un significato quasi di creatura: è la parola stessa, infatti, a essere, a rivelare, a farsi pensiero.

Anche in queste liriche rivivono le figure mitiche di donne che popolano le pianure sterminate della Lucania, dove ancora risuona l’eco della loro presenza selvaggia, come quella di Monnalisa Arundiana che, sciogliendo i capelli neri al vento, permette alla propria leggenda di rivivere:

E la tua lingua corre ancora
sui campi fluttuanti di Lucania.

Sciogli la tua chioma che canta,
Monnalisa,
il tuo spirito di Arunda
mosso dal vento10.

Nel contatto diretto con la terra, dei piedi nudi con le pietre, emerge il tentativo di ritrovare la propria essenza, in un’identità che si ricongiunge con il passato dell’infanzia. Prende corpo l’immagine di un mondo conosciuto, amato, familiare, al quale chi vi è nato si ricongiunge con naturalezza, senza mai apparire straniero. La terra è come una madre pronta ad accogliere di nuovo nel proprio ventre il figlio perduto.

I miei passi pesano sulla pietra morbida e calda.
Li conosco, mi riconoscono.
Mi hanno vista vagare a piedi nudi al tramonto11.

Queste liriche rispecchiano con vivida lucidità l’amarezza dei ritorni, lasciando il lettore sull’orlo della commozione; l’emozione viene appena trattenuta dalla chiusura dell’ultimo verso che conclude la poesia ciclicamente, come un abbraccio:

In una lacrima
L’orizzonte
M’accolse12.

Tra lontananza e vicinanza, in questa raccolta l’amore è trattato con meno dolore rispetto alla precedente, e con più abbandono. Si confonde con la dolcezza della notte, il silenzio, quando tramonta l’ultima luna e il rumore del mondo tace: e ancora nessuna alba sveglia. È un ritrovarsi di due anime nella notte attraverso baci, carezze e parole di conforto. Infine, si assiste all’evoluzione più matura del sentimento: l’amore diventa luogo, riparo accogliente. In Casa, poesia posta al centro della raccolta, che tuttavia già suona come un compimento, avviene la conquista e il dipanarsi di un senso:

Troppe volte mi sono chiesta dove fosse ‘casa’.
Oggi so che è ovunque il mio amore sia ricambiato.
Non nel profilo rosa di queste montagne, non sui mari che conobbi, tra le mura che abitai.
Così ho trovato casa nelle pieghe delle tue mani,
nella scheggia d’alba che ho visto fiorire nei tuoi occhi13.

Il legame con la terra si risolve, così, ciclicamente con l’amore, il tema che aveva dato origine alle prime liriche attraverso lo struggimento del desiderio. Si compie, infine, una sorta di approdo della scrittura a un orizzonte di senso, quasi si trattasse della conclusione di una ricerca, di un ricongiungimento con il proprio essere più profondo mediante il ritrovamento di un significato.

  1. Cfr. al riguardo la seguente URL: https://lasettadeipoetiestinti.org/lasettadeipoetiestinti/ (ultima consultazione: 20 agosto 2018). 
  2. Scandicci 2011. 
  3. Poi edito da Lietocolle nel 2017. 
  4. Trecentosessantacinque, lirica tratta da Diario di un amore, op. cit., p. 19. 
  5. Ibidem. 
  6. M. Sabia, 13/06, tratta dalla raccolta Diario di un amore, op. cit. 
  7. F. Altavista, A Mara Sabia il Premio Merini, in «Il Quotidiano del Sud» – Edizione Basilicata, 1° ottobre 2015; cfr. anche il portale web di Aviglianonline: http://www.aviglianonline.eu/news_dettaglio.asp?idto=2549&pag=1 (ultima consultazione: 20 agosto 2018). 
  8. M. Sabia, Imago Locus, tratta dalla raccolta inedita Trentatré poesie. 
  9. F. Altavista, A Mara Sabia il Premio Merini, art. cit. 
  10. M. Sabia, A Monnalisa Arundiana, tratta dalla raccolta inedita Trentatré Poesie
  11. M. Sabia, Ballata a piedi nudi. Una cartolina da Matera, tratta dalla raccolta inedita Trentatré Poesie
  12. M. Sabia, Ritorno, tratta dalla raccolta inedita Trentatré poesie. 
  13. M. Sabia, Casa, tratta dalla raccolta inedita Trentatré poesie. 

http://diacritica.it/letture-critiche/di-terra-e-damore-annotazioni-sulla-poesia-di-mara-sabia.html

Krios. Un mio racconto sulla rivista di letteratura breve “Reader for Blind”.

Krios

Non che l’avesse fatto volontariamente. Cercava semplicemente la carne da scongelare per cena.

«Queste mozzarelle saranno vecchie di anni», esclamò.

«Se guardi bene saranno di agosto, non oltre, roba di quando siamo andati alle terme», rispose lei sciacquando un bicchiere.

«Ma no, ti dico che son vecchie di anni. C’è scritto… 2014». 2014. Da gettare.

2014. Lei aveva un’altra vita, un’altra casa, un altro amore. E no, le mozzarelle congelate era la prima volta che le vedeva. Al sud le comprava appena fatte e amava mangiarle ancora tiepide, quando stillano latte da imbrattarsi.

2014. Lui continuava a prendere dal congelatore piccoli contenitori dai coperchi colorati: questo è spezzatino. Qui c’è del riso e piselli. Qui c’è della zuppa. E ancora mozzarelle…

«Scusami, amore, ma io non ti ho visto mai congelare nulla! Addirittura piatti pronti…»

«Infatti. Queste sono ancora qui nel congelatore dai tempi di Serena».

Serena. Bel corpo, occhi scuri e quella voce profonda. Finiva che non potevi portarla in giro: si innamoravano tutti di Serena.

2014: un’altra vita, un altro amore, la stessa casa.

Chi s’immaginava chi avrebbe mai dormito dalla parte di lei… il cuscino di sinistra era rimasto immacolato per tanto tempo. A brevi intervalli ci sarà stata un’amica bisognosa del calore di un uomo per una notte. Non altre.

Le mani sulle stesse manopole, i piedi sullo stesso divano, in bocca le stesse forchette di un amore fa. Che mai aveva incrociato questa nuova vita, eppure ora pareva uscisse congelato da quelle pietanze che, a guardarle, parevano ancora buone. Chissà che sapore ha un vecchio amore scongelato.

E chissà con quale spirito furono cucinati e congelati quel riso, quella carne. Chissà se lei e lui immaginarono mai che non avrebbero più consumato insieme ciò che, magari, insieme avevano cucinato.

I luoghi sono più bravi delle persone, si adattano a chi li abita, prendono subito una forma diversa. L’aria che vi circola è subito nuova.

La guardia dello spirito di un passato amore, invece, è affidata a quegli slip dimenticati nell’angolo di un cassetto, alle mozzarelle sul fondo dei congelatori, ai regali ammuffiti per San Valentino volontariamente nascosti nell’angolo buio e polveroso. E usciranno allo scoperto, ovviamente, nel momento meno opportuno.

 

leggi il racconto su Reader For Blind